02 2 / 2011
Febbre diacronica
Ieri notte ho avuto la febbre a quasi 39º. Nel mio delirio, prima che la medicina facesse effetto, nel dormiveglia farneticavo. Ero convinta di dover dare un esame il giorno dopo, sulla Rivoluzione Francese, ma non ero riuscita a studiare niente perché mi girava la testa. Così ho chiesto a mia madre un bicchiere di latte, qualche biscotto e nient’altro perché non avevo fame. Anzi, mamma, domani appena aprono le scuole chiama e dì che sto male, che non ce la faccio a dare l’esame. Robespierre, il Direttorio, teste volanti, gente in preda al terrore che corre nei campi. Il tutto si è susseguito in pochi secondi, in un miscuglio micidiale di ricordi, di emozioni, di tracce audiovisive dei tanti film visti negli anni.
E così, come in un quantum leap, sono tornata indietro di venti anni, il mio cervello risvegliato, seppur assopito, dalla febbre. E sono atterrata a quella notte di pressoché venti anni fa in cui avevo la febbre, e mia madre era lì accanto a me nel letto, ed io ero preoccupata perché non avrei potuto dare quell’esame, per il quale mi ero tanto preparata nei giorni precedenti. E ieri notte ho sentito di nuovo l’odore di mia madre, il tono della sua voce, il suo conforto. E ho capito — come se ne avessi bisogno — che di mamma non siamo mai saturi. E mi è venuto da piangere, perché quella è una fase chiusa che mai più si riaprirà. Ma sarà stata senz’altro la febbre.