23 1 / 2011

Nell’intimo

È da un po’ di tempo (da settembre, grosso modo) che ci districhiamo tra ospedali, ambulatori, consultori, perché G.2 ha avuto un rallentamento nella crescita, tanto da far pensare ai dottori a un problema. Di tipo neurologico, di tipo endocrinologico, di tipo gastroenterologico. A soli 10 mesi ha visto più dottori di altri bimbi nell’arco di 10 anni. 

Lui già è nato piccolino (non tanto, ma sì se tiene in considerazione che entrambi i genitori sono alti). Il fatto è che è nato piccolo di peso (piccolo inteso come 2.900 kg), ma non di altezza. E ora, a 10 mesi, è alto quanto un bimbo di 12-13 mesi, pesa quanto uno di 7-8 mesi. Sempre in base alle medie. Sempre in base ai famosi percentili. Che guardano male la diversità.

Lui effettivamente ha avuto problemi ad accettare lo svezzamento, c’erano giorni che appena mangiava (prendeva il latte mio, ma quello oramai non gli bastava per crescere e per essere forte). Risultato dopo due mesi di quasi inanizione? Un ritardo motorio. Non neurologico, questo no. Motorio. Era diventato pigrotto, voleva solo dormire o quanto meno stare sdraiato. Poi non avendo il bisogno della fame soddisfatto non riusciva a riposare (e far riposare) bene, era stressato, stranito, insofferente.

Da quando ha cominciato a frequentare l’asilo nido le cose sono cambiate, non sin da subito, ma pian piano. E man mano che mangiava, riacquistava forze, riusciva a muoversi meglio. Adesso ha conquistato la posizione seduta, cosa scontata per quest’età ma non per il suo percorso, e sta imparando a gattonare. Insomma, si sente spesso di bimbi che cominciano a camminare a 13-14-15 mesi, quindi non mi sembra così indietro.

La cosa che più mi ha colpito di tutta questa vicenda è l’approccio medicalizzato dei dottori. Certo, viene scontato pensare che i medici non possono che avere un approccio medicalizzato. Esami, prelievi, controlli, ecografie, addirittura una risonanza magnetica. Nessuno che si sia mai posto il problema dal punto di vista psicologico.

Teniamo presente che ha trascorso i suoi primi cinque giorni dopo il parto in incubatrice, per un’infezione non meglio specificata contratta in ospedale. Io potevo solo andare ad allattarlo, il tempo permesso era di mezz’ora ogni tre ore. Se facevo gli occhi dolci a qualche infermiera del reparto di neonatologia un po’ più comprensiva riuscivo a rosicchiare un altro quarto d’ora. Che dire di quei momenti trascorsi insieme. Ero invasa da una tremenda compassione per il mio cucciolo, così piccolo e così lasciato a sé. Ma anche dai sensi di colpa, che mi divoravano, perché i dottoroni altra idea non avevano avuto se non dare la colpa a me. “Lei gli ha trasmesso qualche infezione durante il parto”. Sottinteso: si vergogni, se ne penta, cattiva madre. A niente mi servivano tutti i controlli negativi fatti nelle quattro settimane precedenti. Il senso di colpa era già stato avviato dai dottoroni. Insomma, loro ci capiscono, vero? A niente mi serviva il fatto di andare tutti i giorni, ogni tre ore, anche a mezzanotte, anche alle sette del mattino ad allattarlo, a trovarlo, a trascorrere del tempo con lui. Con i dolori ancora del parto, fisici ed emotivi.

Sicuramente gran parte di tutto questo stato emotivo l’ho riversato, inconsciamente, su di lui, che si è aggrappato a me come è giusto che facciano i bebè, ma anche in modo esagerato. La sua fase anoressica (sì, perché di anoressia del lattante si è trattata) non è stato altro che il suo modo di esprimere un disagio, il senso di smarrimento perché mamma era sparita, di nuovo, come quella volta appena nato. Ogni volta che cercavo di condividere questi miei dubbi con qualche dottore venivo tacciata da troppo fantasiosa. Il trauma del parto unito al trauma dell’abbandono (a malincuore, ma abbandono è stato. Come definire il soggiorno forzato di un neonato in un’incubatrice, toccato da mani inaffettive, lavato e cambiato senza un briciolo di amore) per i dottori non era cosa da considerare.

Da sola, cercando informazione, cercando aiuto, cercando di capire, ho trovato questo libro, ed è stato illuminante. Mi sono sentita meno sola, meno rara, meno inconsueta. Ho capito e senz’altro il modo di approcciarmi al mio bimbo è cambiato, anche. Senza sensi di colpa, senza agitazione. E lui ha cominciato a mangiare. Ha cominciato a muoversi meglio. È ancora indietro, ma deve recuperare, è normale. Ora il nostro rapporto è più sereno. Lo avvertiamo solo noi, forse. Ma non serve che l’avvertano gli altri. Adesso vedo che è diventato più autonomo. E anche io, mentalmente ed emotivamente.

E sapete che altro? Tra tutti questi dottoroni, a nessuno è mai venuto in mente che forse usando i pannolini lavabili, quelli di cotone, spugnosi, belli cicciotti, lui avrebbe trovato più stabilità nello stare seduto. Volete sapere com’è andata? Da quando li indossa riesce a stare anche una ventina di minuti seduto per terra a giocare. Prima, con il pannolino usa e getta non reggeva più di cinque minuti. Curioso.