11 11 / 2010

Ballata di novembre

C’è questo tipo di amore che è più forte di te e non riesci a trovare le parole per descriverlo. Perché non ce ne sono, di parole giuste. Ma senti questo bisogno di tirarle fuori, perché sono più forti di te, e le senti come un macigno sul cuore, dentro dentro, chissà in quale punto recondito. Lo chiamano istinto animale, alcuni. Lo chiamano sopravvivenza della specie, altri. E che ne so io, cosa è. So solo che è lì, e che prima non l’avrei immaginato. Lo chiamano istinto materno (esiste veramente?). A me sembra invece la danza di due innamorati, che s’incontrano, si studiano, imparano ad amarsi. E tu sei lì che guardi nei suoi occhi come ad uno specchio e vedi anche un po’ te stessa. Che senso avrebbe altrimenti la rassomiglianza fisica, gestuale? Vedi il tuo riscatto, la nuova possibilità, il tuo nuovo sorgere. Ma non è vanità, no, in questo sbagliano in tanti, è la pia illusione di un otto rovesciato, di una fine che ha un nuovo inizio, di un senso (ah sì, quel senso della vita, ma ce l’ha?) e tutte queste cose qua. E allora quando una cosa intacca questo meccanismo mentale, seppur piccola e insignificante, avverti il cuore che si ferma, il cuore rimane in ascolto, perché certe cose non possono, non devono accadere. Eppure sai che possono, eppure sai che talvolta devono. 

E allora abbracci il tuo innamorato e gli sussurri all’orecchio “balliamo come dici tu, facciamo piano piano, che fretta c’è?” perché ora di correre non ne hai voglia e anzi, ti rendi conto che non importa la velocità, il punto d’arrivo, ma quel paesaggio (sì, quel paesaggio) che si scorge meglio così, facendo una tappa, ballando sul ciglio della strada insieme, abbracciati. Noncuranti delle macchine che passano e che, forse, arriveranno prima.