04 11 / 2010
Il futuro, il passato.
La bimba scende dalla sedia, non ha ancora finito la cena. Va verso l’ingresso, si mette il suo giacchino e le sue scarpette e ci saluta. “Ciao mamma, ciao papà, io vado a casa mia”. Io e F. ci guardiamo, poi le diciamo: “ma è questa casa tua!”. “No, casa mia è con Lollo, Arianna e Marco” (tre compagnucci d’asilo). Stiamo al gioco. “Ah sì, amore, è tardi, devi tornare a casa, grazie che sei venuta a trovare mamma e papà, torna presto!”. “Tì, io ora vado a casa mia. Mi apri la porta?”.
Le apriamo la porta. Inizialmente pensavo che si sarebbe fermata lì, e invece no. Pretende che le venga chiamato l’ascensore. Allora faccio finta di prenotarlo e mi congedo: “e allora chiudo la porta, fa freddo, sai. Grazie di nuovo di essere venuta! Fammi uno squillo quando arrivi a casa!”. “Tì, ciaoooo!”.
Socchiudo la porta e lì capisce che sarebbe rimasta sola. E ai bambini piccoli non piace rimanere da soli. Mi viene incontro di corsa. “No, mamma, no, non chiudere”. “Ah, vuoi entrare di nuovo con mamma e papà? Certo che sì, amore, tu sei sempre la benvenuta!”. “Tì”, titubante. Ed entra dentro casa. E sale sul divano, e si leva il giacchino e le scarpe un po’ controvoglia. E ha poca voglia di giocare adesso. Sì, è stanca, ma non solo. Lei ha capito qualcosa. E anche io. Oh sì, ho capito cosa si prova.
Mi ha ficcato una piccola spina nel cuore e lì rimarrà. Quella che ho ficcato io nove anni fa ai miei.